Alla ricerca di una vita che valga la pena di essere vissuta.

La vita di Regine Hildebrandt dalla Svizzera alla Sicilia di Danilo Dolci

 

Il racconto della vita di Regine che io propongo è in buona parte in prima persona perché deriva direttamente da brani della sua autobiografia, mai pubblicata, che Regine mi ha fatto leggere, ma  ho lavorato con Regine per quasi dieci anni e ho raccolto direttamente da lei alcune narrazioni. Ci sono all’interno annotazioni mie e di altre persone che permettono di capire come siano stati vissuti dall’esterno alcuni brani della sua vita e delle sue molteplici attività.

Sono nata a guerra iniziata, un giorno di ottobre del 1940, in Svizzera, mio padre era tedesco ed era rimasto in Germania. I miei primi anni li ho vissuti con i miei genitori in una piccola città sul Reno, Linz, non lontano da Colonia. La mamma, cantante, faceva i suoi concerti accompagnata al pianoforte da mio padre, musicista. Nel quarantaquattro, quando la fine catastrofica della guerra era prevedibile, i miei genitori decisero di separarsi. La mamma ottenne un breve permesso per andare a trovare i genitori in Svizzera e, d’accordo con mio padre, aveva pensato di non rientrare in Germania, fra l’altro mio padre era stato richiamato al fronte. Così mia madre ed io siamo partite con una valigetta leggera per non dare nell’occhio e non insospettire Marianna, collaboratrice domestica della mamma, ma che i miei genitori pensavano fosse una spia del regime. Malgrado i tempi bui, finiva il periodo più bello della mia infanzia, da quel momento eravamo rifugiate, umiliate per la nostra appartenenza ad una nazione reietta, senza niente altro di nostro tranne il contenuto della valigetta. I bambini della nostra strada non volevano giocare con me. Mia nonna mi disse che era necessario imparare il dialetto per essere accettata, ma neanche quello mi fu di grande aiuto. Quando cominciai ad andare a scuola, tutto mi entusiasmava, imparare a leggere e scrivere, sapevo fare molte altre cose che non erano richieste, ma quando le mostravo alla maestra, lei mi redarguiva e così il mio entusiasmo per la scuola si esauriva. Stranamente per sempre. Mia madre partiva per fare concerti, doveva lavorare per mantenerci, vivevo per le poche volte in cui mia madre veniva a trovarmi, languivo di nostalgia. Mio padre mi scriveva e io rispondevo. Nei miei ricordi quegli anni sono stati pieni di una grande tristezza. Mia mamma aveva un fratello, lo zio Hans, che era studente di medicina a Zurigo, quando ritornava a casa facevamo coppia fissa, si interessava alle mie curiosità e le sosteneva, mi portava con sé anche quando andava dalle sue fidanzate. Questo zio cominciò a regalarmi libri interessanti che io divoravo, leggendo anche sotto le coperte. Anche mio padre mi regalò bei libri e così fece mia madre quando scoprì che ero diventata una appassionata lettrice. Dopo la guerra, mio padre era diventato direttore dell’Orchestra Philarmonica di Stoccarda. La posizione prevedeva l’uso di un appartamento, gran privilegio nella Germania distrutta. Adesso la famiglia poteva ricongiungersi. Inizialmente mia madre disse di sì ma la ricongiunzione non avvenne, nel 1948 i miei genitori divorziarono. Io continuavo a vivere dai nonni, non avevo finito la quinta elementare quando mia nonna morì. Mia madre viveva a Basilea, nella stessa città abitava la sorellastra di mio padre, coincidenza fortunata perché rendeva più facile l’incontro con mio padre quando andavo a trovare la mamma. La proposta di mio padre di farmi vivere dalla sua sorellastra per frequentare il ginnasio a Basilea ed avere l’opportunità di vedere più spesso mia madre, non venne presa in considerazione. Mia madre, in seconde nozze, aveva sposato un uomo ricco e insieme decisero di farmi studiare in collegio. L’estate che ha preceduto il mio ingresso in collegio ero stata in un piccolo villaggio sul dosso del S. Sebastiano in Ticino, a contatto con la Natura, tra vigneti e boschi di castagni, in una quasi illimitata libertà. Da quel paradiso sono stata catapultata nella vita di collegio. Nel collegio di Teufen nell’Appenzeil sono stata due anni. Là ho conosciuto bambini ed adolescenti provenienti da diverse nazioni, quasi nessuno aveva alle spalle una famiglia regolare. Potevo sentirmi a mio agio. In questo collegio non imparai molto, ma presto conquistai importanti passatempi, scrivevo e diventai regista di piccoli racconti teatrali occupandomi anche della scenografia e dei costumi. Scrivevo in rima. Non ricordo più quali soggetti mi interessavano, ricordo solo che ero molto attiva.

In quei due anni Regine si incontra poco con i genitori. Il padre attraversava momenti difficili, addirittura di stenti e ristrettezze economiche, dopo l’orchestra di Stoccarda aveva diretto l’Orchestra di Berlino est, pur continuando a vivere a Berlino ovest, licenziato da quella Orchestra era rimasto senza lavoro, la intellighenzia di Berlino ovest, che durante gli anni del suo lavoro a Berlino est gli aveva tributato lodi per le sue posizioni coraggiose, poi sembrava volerlo punire per avere lavorato ad est, lasciandolo senza lavoro.

Finiti i due anni, mia madre mi comunicò che sarei andata in un collegio nella Svizzera francese. La nuova scuola era stata scelta dal mio patrigno sulla base del costo, infatti pensava che se fosse stata molto costosa automaticamente doveva essere molto buona. Così sono finita in un collegio privato, nel paesino di Saint Blaise, non lontano da Neuchatel, città svizzera nella quale si parlava il miglior francese. Era un collegio internazionale, molto libero in tutti i sensi. Non c’era un grande controllo sulla frequentazione delle lezioni, si diceva, sottovoce, che circolavano alcol e droghe, che per le ragazze era possibile uscire di notte. Non mi impegnai nello studio, mi avevano messo nelle prime classi che non mi interessavano, ma quando, visti gli scarsi risultati, il mio patrigno minacciò di ritirarmi, sono stata catapultata nella classe più alta.

Regine racconta che, malgrado le difficoltà in quella classe, per frequentare la quale non aveva la preparazione di base, per la prima volta, a scuola venne coinvolta fortemente da problematiche sociali ed etiche che un professore spagnolo portava e discuteva all’interno delle aule. Intanto continuava a nutrire la sua vena artistica costruendo arazzi che vendeva alle compagne per pagarsi un corso di equitazione che il patrigno le aveva negato. Alla fine dei corsi in collegio Regine ricorda una vacanza in Costa Azzurra con la madre, il patrigno e la sua famiglia. I contrasti con la madre ed il patrigno emergevano quotidianamente, ma di quella vacanza Regine ricorda il suo personale incontro con il Sud, il secondo dopo la vacanza in Ticino, e come paesaggio, colori, profumi, la conquistarono per sempre. La scuola di altobordo non le aveva lasciato neanche un titolo, il patrigno allora continuò a delineare il progetto di vita per Regine: sarebbe andata subito in una sua fabbrica per imparare a tagliare e cucire abiti, poi avrebbe frequentato una scuola per stilisti, viaggiato per conoscere il mondo della moda, infine, avendo acquisito competenza avrebbe avuto una fabbrica sua.

Non avendo altra scelta cominciai a lavorare in fabbrica, a san Gallo. Abitavo presso una signora in una stanza buia, andavo svogliata al lavoro, cominciavo a capire che cosa significava sfruttamento della manodopera. Quando tornavo a casa mi davano della comunista. Presto mi trasferii in un posto allegro dove abitavo con una mia collega, sopra un’osteria. La sera aiutavo in cucina all’osteria, mi sedevo con gli avventori e incontravo artisti, musicisti ed attori del teatro della città. Imparai ad apprezzare l’Opera, andavo a teatro, facevo le ore piccole e di giorno mi addormentavo sopra le macchine da cucire.

Finito l’apprendistato Regine convinse il patrigno a farle cambiare mestiere, fu inviata a Bienna in un grande negozio del patrigno dove venivano allestite delle splendide vetrine. L’incontro con questo mestiere entusiasma Regine.

Eravamo 4 ragazze con un capo molto bravo, pieno di fantasia, entusiasmo e competenza che ci guidava nella creazione dei soggetti che facevano da sfondo alle vetrine. Mi piaceva potere sperimentare tecniche artigianali, dalla falegnameria alla pittura, alla mescolanza di materiali diversi. Quando fui mandata nel negozio di Basilea, più professionale ma meno creativo, il mio entusiasmo cominciò a scemare, non facevo segreto delle mie convinzioni che si potevano definire di sinistra. Mi lamentavo delle ingiustizie sociali. Suscitai diffidenza.

Regine lascerà anche questo lavoro ed andrà a lavorare in un grande magazzino che nel sotterraneo ospitava una libreria. Intanto aveva sposato Johannes, un ragazzo con cui aveva alcune affinità, che studiava sociologia.

Appena potevo mi infilavo tra gli scaffali della libreria alla ricerca di libri, così mi imbattei in “Banditi a Partinico”, l’argomento mi incuriosiva e comprai il libro. Mi impressionò quel lavoro di Danilo Dolci, nella Sicilia occidentale che coniugava denuncia, proposte ed azioni concrete. Il desiderio di conoscere da vicino questa iniziativa cominciò ad occupare tutti i miei pensieri. Allora scrissi al Centro Studi ed Iniziative per la piena occupazione di Partinico e la risposta fu incoraggiante. Nel frattempo avevo cercato di entusiasmare Johannes, mio marito da pochi anni, che si era mostrato interessato al progetto pensando che quell’esperienza sarebbe stata importante per il completamento della sua tesi di laurea in sociologia. Per organizzare la discesa al Sud ci sono voluti pochi mesi.

Regine riuscì a tranquillizzare tutti i genitori, suoi e di Johannes, contrari a questa avventura, prospettando anche un lavoro remunerato all’interno del Centro studi, in realtà si trattava di un’ipotesi abbastanza irrealistica, ma sul momento tranquillizzante.

Siamo partiti con la nostra vecchissima Millecento, il nostro cane Lancelot e pochi oggetti personali.. Siamo arrivati in una mattina grigia, sotto la cappa di un tremendo scirocco. Palermo ci si parava davanti, respingente ed ostile, avvolta nella polvere. Abbiamo preso alloggio all’Albergo Agip. Ho composto il numero di telefono del Centro Studi e sono quasi svenuta dalla commozione sentendo “io sono Danilo, tu chi sei?” Con le mie poche parole di italiano mi sono presentata e ho formulato il mio desiderio di un incontro. Nello stesso pomeriggio ci siamo ritrovati nella casetta a Borgo di Trappeto, seduti a conversare con lo scrittore Dolci, che mi era familiare attraverso i suoi scritti ma da cui, allo stesso tempo, ero rispettosamente intimorita. Danilo rapidamente fece svanire questo imbarazzo, mettendoci a nostro agio con la sua gentilezza bonaria, come sapeva fare lui con i nuovi arrivati.

Da quel momento ebbe inizio l’avventura siciliana di Regine Hildebrandt. Danilo aveva la capacità di fare lavorare per una buona causa tutti coloro che si rivolgevano a lui con sincerità avendo una forte motivazione nei confronti dei beni comuni e del desiderio di aiutare coloro che nella vita avevano avuto difficoltà ad esprimere pensiero pur avendo vissuto una vita piena di operatività, di affetti e di rispetto degli esseri viventi. Danilo capì subito alcune delle potenzialità di Regine e dopo pochi giorni offrì a lei ed a Johannes un alloggio in una sua piccola casa in cambio di un lavoro che avrebbe svolto Regine, prezioso per Danilo e gratificante per Regine. Regine, che conosceva già quattro lingue a cui si andava aggiungendo un italiano più fluido, grazie a tutti le operatrici e gli operatori del Centro, avrebbe letto e tradotto la posta che arrivava dall’estero. Scrivevano sostenitori, comitati, intellettuali, e questo lavoro, a cui si accoppiava una prima accoglienza degli stranieri, permetteva a Regine di entrare profondamente nella vita del Centro.

Da poco era stato costruito il Borgo, un grande complesso con ampi saloni per riunioni e seminari, alloggi, cucina, un auditorium tutto affrescato, tutti edifici raggruppati attorno ad un campo erboso.

Là attorno all’immenso tavolo di legno si svolgevano incontri con insegnanti, contadini, bambini, intellettuali, visitatori illustri, musicisti, si facevano concerti nel grande auditorio, incontri con poeti.

Tutto questo lavoro andava documentato e, per il paziente lavoro di molti collaboratori veniva trasformato in copie dattiloscritte, fascicoli ciclostilati ed infine in libri. In quel periodo Danilo, dopo molti incontri con i contadini che, a causa della mancanza di acqua, non riuscivano a coltivare i campi, dopo molti incontri e ragionamenti con esperti, cominciò a portare avanti la lotta per l’acqua e per la costruzione della diga sullo Jato. L’idea era nata proprio da un contadino che aveva spiegato che se avessero conservato l’acqua che pioveva in inverno “ in un bacile” invece di farla disperdere in mare, probabilmente ce ne sarebbe stata abbastanza anche per l’estate.

Regine continuò nel suo lavoro di accoglienza e traduzione.

C’era da accogliere molti ospiti, tradurre interventi, e prima che mi rendessi conto ero diventata un aiuto valido e per la prima volta nella mia vita mi sentivo profondamente responsabile. Ero la prima ad esserne stupita e sono grata a Danilo di avere operato questo miracolo. C’erano tante persone che si recavano da lui, erano soprattutto giovani che approdavano al Centro perché come me avevano letto dell’iniziativa ed erano curiosi di conoscere e capire, ma contemporaneamente erano alla ricerca di se stessi. Arrivavano e ripartivano in tanti.

Dopo un anno di vita intensa in un paesaggio d’incanto Regine e Johannes devono ritornare in Svizzera ma il mal di Sicilia era ormai dentro di me e il forte desiderio di ritornarci per sempre mi ha accompagnato negli anni di lontananza…. Non ho mai perso il contatto con il Centro e le sue attività. Così, al mio ritorno, ho ripreso facilmente il mio posto all’interno del gruppo. Dopo pochi mesi dal mio ritorno, Franco Alasia, a nome di Danilo, mi propose di occuparmi del settore dell’artigianato, da molto tempo abbandonato. Non so quali fossero stati i motivi che avevano fatto loro supporre che fossi io la persona adatta ad occuparmene. Ma spesso Danilo aveva intuiti da chiaroveggente.

Riaffiorarono nella vita di Regine tutti i suoi tentativi artistici e artigianali dal collegio al suo apprendistato di cucito, al suo lavoro artistico-artigianale di vetrinista che l’aveva avvicinato a diverse tecniche ed infine gli studi di disegnatrice tecnica, tutte esperienze che erano rimaste bloccate e chiuse.

Ad un tratto, tutte le mie varie attività svolte in passato avevano un senso..Mi buttai a capofitto nell’impresa e di là a poco tempo nacque una cooperativa di artigiani la “Tre Valli”. Procedetti cominciando con un censimento delle maestranze presenti a Partinico, Franco Paparatti, agronomo, aveva compilato un questionario, con il quale andai ad interrogare gli artigiani facilmente individuabili girando per il paese. Falegnami, tornitori, fabbri e un produttore di cesti furono fra i primi intervistati. Altri avevano sentito del nostro progetto e si presentavano spontaneamente a Palazzo Scalia, così fu per Filippo Grillo, un multitalento, mosaicista ma anche intagliatore di legno, che presto diventò anche un amico, insieme alle sue sorelle che sapevano ricamare e cucire. Danilo, durante un giro di conferenze, aveva incontrato Rami Alexander, esperto di sviluppo dell’artigianato e lo aveva pregato di darci una mano. Rami arrivò da Firenze, in pieno inverno e ammalato. In pochi incontri mi ha fatto capire quali erano i criteri da seguire per iniziare una produzione di oggetti adatti al mercato del turismo. Ho seguito i suoi consigli, predisposto i disegni ed, in poco tempo, un gruppetto di artigiani ha realizzato un campionario che ha incontrato l’approvazione di Rami Alexander.. I falegnami produssero mestoli e sottobicchieri assemblando diverse essenze di legno, limone, carrubo, ulivo, il tornitore realizzò ciotole e ciotoline in ulivo, un altro “strummule” e trottole, il cestaio coffe, cesti e muscalori, il fabbro delle appliques usando la tecnica dello rabiscu, Filippo decorava piastrelle con le tessere del mosaico. Applicavamo ornamenti su juta con spago e semenza per realizzare borse, nasceva tutta una famiglia di bambole di pezza, picciriddi, Turiddu, Lola, Santuzza, Onofrio il pastore con i gambali di lana di pecora, don Calò il mafioso. Il puparo di Partinico contribuiva costruendo piccoli pupi. In un piccolo laboratorio attrezzato con una macchina da cucire, tavoli, sedie e scaffali si riunivano le donne per produrre oggetti di tessuto, io facevo i disegni e nascevano borse, coffe con nastrini e specchietti, cuscini a forma di pesci, polipi, giummi variopinti. Danilo aveva scoperto a Sciacca il ceramista Gaspare Cascio ed egli, su nostro disegno ci realizzava dei pendenti con le effigie delle monete greche, inoltre, avendogli fornito i calchi, riproduceva copia degli animaletti ritrovati nelle tombe dei bambini nelle necropoli. Mi rifornivo di tessuti e trine a Palermo in via Sant’Agostino, cordami, tessuti e bordature li acquistavo dai fratelli Serio vicino piazza Rivoluzione e cuoio in via Alessandro Paternostro… Con il tempo allargammo il gruppo degli artigiani, includendo operatori di Alcamo, Castellammare e Salemi, mai si era vista una cooperativa che includeva un così vasto territorio e tanti mestieri. Tutto questo lavoro era finalizzato alla vendita in un negozio aperto all’interno di un nuovo complesso turistico “La città del Mare” con 1800 posti letto, arredato dall’architetto Giuseppe Carta che riuscì a creare una cornice molto gradevole ai nostri oggetti. Per allargare il nostro raggio d’azione aprimmo pure un piccolo negozietto a Palermo, in corso Vittorio Emanuele, all’altezza di Piazza Bologna.

Danilo , nei suoi viaggi portava, in regalo, oggetti realizzati da noi, che erano testimoni tangibili di quello che si riusciva a creare sul territorio con l’aiuto del Centro Studi. Dall’America vennero i Tillett, marito e moglie, in viaggio tra la Persia e le isole greche dove stavano realizzando un progetto per Jackie Onassis, ci proposero di inserire fra le nostre attività una stamperia di tessuti. Ci avrebbero dato il supporto tecnico, noi dovevamo trovare il finanziamento per le attrezzature. Il progetto non ha avuto inizio per mancanza di fondi. A Palermo Danilo chiese e ottenne la collaborazione di Enzo Sellerio e Giacomo Baragli, due artisti di grande prestigio ed umanità.

Angelo Pantina ci ricorda le figure dei Tillett “ I Tillett sono disegner straordinari nel campo del disegn tessile, ma non solo, oltre ai tessuti disegnano abbigliamento e gioielli. I Tillett utilizzano il disegn come strumento per il cambiamento sociale attraverso il loro attivismo, la scrittura e l’insegnamento.” ( Rivista dell’Osservatorio per le arti decorative in Italia, 10, 2014).

Era un momento alto della mia vita e ne ero consapevole. Danilo aveva visto giusto, c’era una grande potenzialità attorno a noi, gli oggetti prodotti erano graditi ai turisti, gli artigiani erano fieri del loro lavoro.

Questa esperienza esaltante per Regine, che intanto si era sposata con un ragazzo di Partinico e si era costruita una piccola casa dentro la natura, era veramente del tutto originale e piena di prospettive, riuniva donne e uomini, di paesi vicini, esaltando le loro capacità ed i loro saperi e cercando di trasformare quelle che erano capacità e lavori, poco apprezzati o del tutto sconosciuti, in attività produttive conosciute, tramite i viaggi di Danilo ed il negozio nel villaggio turistico, in varie parti del mondo. La presenza di Regine, attenta alla bellezza ed alla precisione, assicurava una qualità alta a tutta la produzione. Purtroppo questa esperienza non ha avuto quello slancio economico necessario per procurare alle tante famiglie coinvolte un reddito sufficiente, pagate le spese, restava poco. La cooperativa è andata avanti ancora qualche anno dopo l’allontanamento di Regine.

Un giorno per me tutto è finito. Le avvisaglie non mancavano. Il Centro era ad una svolta, gli sforzi dovevano essere indirizzati verso un unico progetto, di grande importanza, la costruzione della scuola in contrada Mirto.

Era il grande progetto di Danilo, mettere in pratica tutto ciò che era stato elaborato sull’educazione in quegli anni, dimostrare che un’altra scuola era possibile anche in Sicilia, nei poveri paesi della Sicilia, una scuola non autoritaria, inclusiva, partecipata per giungere ad un consenso popolare su cosa e come insegnare ed educare. La conclusione, dopo tanti incontri con bambini, genitori e insegnanti, fu che la nuova scuola avrebbe dovuto essere un luogo nel quale “ci fosse la possibilità che i bambini potessero capire quanto è giusto e quanto è sbagliato, potessero imparare a pensare, a verificare, a lavorare insieme, fra loro e con gli adulti” (D. Dolci, “Chissà se i pesci piangono”, Einaudi, Torino 1973), una scuola dove potere giocare, effettuare ricerche su animali e piante, potersi esprimere con tutti i linguaggi, parole, disegno, musica, teatro. Per realizzare questo sogno tutte le risorse economiche e la gran parte di quelle umane del Centro dovevano convergere verso la scuola di Mirto.

In una riunione memorabile siamo stati licenziati e “regalati” ai nostri settori di competenza.

Luciano Formica, figlio adottivo di Danilo, la moglie di Franco Alasia e Regine avrebbero dovuto prendersi carico completamente della Cooperativa Tre Valli, trasformandola in un’impresa autonoma dal Centro. Poiché Regine si rese conto subito che la Cooperativa non poteva assumere tre persone perché non aveva questa forza economica, decise, con il cuore a pezzi, di lasciare la Cooperativa e di far prendere il suo posto a Luciano.

Da alcuni mesi mi ero trasferita a Palermo. La mia famiglia che vedeva nel licenziamento la conclusione della mia esperienza siciliana mi invitava a ritornare in Svizzera, dall’altra parte diversi amici e conoscenti mi incoraggiavano a mettere su un’attività mia in Sicilia.

Regine vuole restare in Sicilia, scrive ai Tillett chiedendo loro di  accoglierla per un apprendistato presso i loro laboratori, finalizzato alla realizzare di una stamperia a Palermo. Viene accettata e parte per New York, dove rimane tre settimane, lavorando 14 ore al giorno per apprendere il più possibile, disegnando, copiando, stampando.

Al suo ritorno a Palermo, Regine voleva subito mettere in pratica ciò che aveva appreso, ci voleva un piccolo budget per cominciare, un amico le trovò un lavoro in una ditta che progettava arredi per negozi, i colleghi, due studenti di architettura, Rosario Rotondo e Tonino Ciaramitaro intuendo che Regine, per entrare in ditta, era stata raccomandata le passavano il lavoro più ostico sperando di scoraggiarla, ma Regine riagì positivamente e riuscì a ben progettare.

Alla fine siamo diventati amici e, in seguito, Rosario e Tonino sono stati i miei soci nell’avventura “Impressioni in Sicilia”. Cercai una struttura adatta per iniziare con la stampa su stoffa. Individuai un bel padiglione Liberty, simile ad una serra posata sopra un corpo basso, in via Giovanni Meli. Nella torretta ho installato un tavolo da disegno, nella “serra” entrava giusto giusto, di sbieco un tavolo lungo dieci metri. Il sottoscala si doveva adattare a cucina colori. Nel corridoio troneggiava il primo forno per termofissare i tessuti stampati. Un’altra stanza che dava sulla viuzza stretta era destinata ad atelier di cucito nel quale abbiamo trasformato i tessuti stampati in oggetti da vendere.

Malgrado le stime ottimistiche degli amici americani, l’attività stentò a trovare sbocchi di vendita, ma in compenso l’atelier era un luogo vivo, l’esperienza del Borgo di Danilo era profonda, studenti e giovani artisti erano di casa e provavano a dare una mano. Regine non si scoraggiò, aprì un negozio nel centro della città, in via Principe di Belmonte. Il negozio era molto frequentato, la clientela apprezzò molto i motivi ed i colori delle stoffe spettacolari che traevano ispirazione dalle piante, dai fiori, dai colori, dalla storia artistica della Sicilia e dall’insegnamento di Leslie e Doris Tillett con i loro colori e soggetti africani.  Io sono stata fra i clienti e quelle meravigliose stoffe hanno allietato l’infanzia dei miei figli e la mia vita con loro. I genitori di Regine e di Rosario Rotondo, in questa nuova situazione dettero loro fiducia e provarono ad aiutarli economicamente anche facendo conoscere i prodotti in Svizzera ed in Germania.

Papà Rotondo faceva da garante per i nostri prestiti artigianali, mio padre mi regalò i soldi per un vero forno professionale, mia madre curava i nostri interessi presso un negozio di Basilea che vendeva i nostri prodotti.

L’acquisto del forno professionale costrinse Regine e Rosario ad andare alla ricerca di un nuovo laboratorio in cui il forno potesse entrare.

Un giorno stavamo avvicinandoci a Partanna Mondello, quando fra alberi spuntò un tetto lungo, che sembrava corrispondere alla struttura ricercata. Da vicino dimostrò di far parte di un baglio, la parte posteriore della Villa Santocanale….Il locale era adatto: lungo trentotto metri, illuminato da ampie finestre, pulitissimo e pronto dopo poco modifiche. Il prezzo per l’affitto era nei limiti, la possibilità di abitare nelle casette del baglio, rendeva ancora più allettante il trasferimento. Ci siamo rimasti per sedici anni fino all’epilogo della nostra storia. Visto che lo spazio abbondava, abbiamo aggiunto un altro tavolo da trenta metri. La struttura era diventata un mostro affamato. Chiedeva lavoro, commesse. Rosario cominciò a viaggiare per tutta Italia, riuscì ad interessare molti negozi di arredamento, alla fine erano in settecento. Stampavamo per conto terzi, per la “Porcellana bianca” per la ceramica “Caleca”. L’Albero del cotone ed altri negozi di arredamento in città si occupavano dei clienti palermitani, dopo la chiusura del nostro Workshop di via Principe Belmonte. ..Lavoravamo alacremente, senza stancarci, fino a tarda sera. Qualche volta però era come un risveglio, ci accorgevamo che tutti i nostri sforzi non bastavano… Abbiamo lottato per salvare la nostra impresa, ma poi non potevamo più chiudere gli occhi davanti all’evidenza, che non ce la facevamo più (economicamente). Alla fine ci siamo arresi.

Durante gli anni di lavoro, Impressioni in Sicilia era stata un’impresa invitata a ferie importanti, a mostre anche in Svizzera. Un momento importante e significativo è stato l’invito ad una mostra  presso il Musèe de l’impression sur étoffes della città di Mulhouse, capitale dell’Alsazia del Sud. La mostra ha avuto il titolo “Impressioni in Sicilia – Dialogue avec un territoire”, il catalogo di quella mostra è presentato da tre autrici che esprimono molto bene l’emozione che suscitavano la bellezza di quelle stoffe: Jacqueline Jacqué, conservatrice del museo di Mulhouse, Mary Taylor Simeti , scrittrice e giornalista, Nadia Scardeoni pubblicista e critica d’arte.

“ E’ un’avventura industriale poco comune quella che vi presentiamo, quella di una piccola impresa costruita a Palermo fra il 1974 e il 1994…Durante quegli anni, sotto l’immagine di una sirena, essi si sono appassionati al loro lavoro, hanno creato dei motivi spesso innovativi e di una incontestabile originalità. Questa esperienza è un momento appassionante e poco comune nella storia dell’impressione tessile, ci permette di scoprire una terra del sole che ci porta al sogno..” (Jacqueline Jacqué)

“C’è qualcosa nell’aria di Sicilia che stimola la creatività degli stranieri. Il meglio dell’arte siciliana –i templi greci, i mosaici bizantini, le chiese arabo-normanne – sono la testimonianza della ricchezza che le culture straniere hanno raggiunto dopo avere colonizzato l’Isola. Non è dunque sorprendente che alcuni dei più bei tessuti che oggi sono prodotti in Sicilia provengono da progetti di una straniera, una giovano svizzera, che qui trova la sua ispirazione nei paesaggi spettacolari dell’isola, nei suoi fiori esuberanti e nelle sue tradizioni artistiche secolari” (Mary Taylor Simeti)

“Una successione senza fine di studi, di ricerche accompagnate dalle più diverse applicazioni hanno un cuore in comune: il disegno. Quando i suoi ricordi, le sue impressioni animandosi raggiungono la punta della sua matita, le linee corrono agili e felici verso un bersaglio certo. I suoi disegni sono delle cripte di percezione complesse, vitali e mediatiche, impossibili da classificare per chi volesse imporre una linea di demarcazione sicura e rassicurante fra “arte” e “artigianato”… Le “impressioni” di Regine Hildebrandt sono dei segmenti di percezioni ora tenui, ora esplosive, destinate alla preziosità dell’impressione serigrafica manuale. Il loro riferimento costante è il mondo naturale, storico  e artistico della terra  che le accoglie. La Sicilia e le sue complesse concrezioni culturali sono una sorgente inesauribile di suggestioni.” (Nadia Scardeoni)

Regine e Rosario avevano poi cambiato casa, abitavano a Terrasini, in una casa circondata da ulivi millenari, là Regine lavorava soprattutto la ceramica io l’ho incontrata di nuovo, dopo via principe Belmonte, nei primi anni del 2000, quando lavoravo alla realizzazione di una Biblioteca aperta, a Palermo,  con una specificità di libri per bambini e ragazzi e con un’accoglienza rivolta a tutte le età ed all’incontro fra generazioni e persone di diverse etnie. Non esisteva ancora, a Palermo una biblioteca dedicata a bambini e ragazzi e ancor meno una biblioteca aperta all’interno della quale, senza filtri, potevano trovare posto scambi e seminari su tutte le problematiche, dalla genitorialità ai problemi della scuola, dalle buone pratiche per i bambini nei primi 1000 giorni di vita ai laboratori di teatro, musica e arte, dalla letteratura italiana e straniera agli incontri condotti da stranieri presenti nel nostro territorio , dalla lettura ad alta voce ai percorsi di storia, arte e natura condotti dentro le scuole, da concerti ad accoglienza di autori, da corsi di formazione per volontari, genitori e insegnanti a mostre e manifestazioni. Fra le promotrice del progetto, Biblioteca delle Balate, c’era anche Libera Dolci che non aveva mai perso i contatti con Regine e ci siamo ritrovate, insieme a tante altre operatrici con molta esperienza alle spalle, ed alcune giovani con poca esperienza, a condividere i primi passi di questo progetto innovativo ma nel quale erano presenti gli echi del Borgo di Dio (che anch’io avevo frequentato) e della scuola di Mirto di Danilo Dolci.

Regine, prima di assumersi la responsabilità del laboratorio d’arte, ci ha un po' pensato, diceva di non essere abituata a lavorare con i bambini e che forse sarebbe stato difficile riuscire a trovare un’intesa con loro. Regine ha lavorato con i bambini preparando prima tutto il materiale, arrivando in Biblioteca almeno un’ora prima di ogni incontro. Era Regine, autentica, non mielosa ma con il suo concetto molto spiccato di “prendersi cura” delle persone, delle cose, dell’ambiente, avendo anche l’enorme esperienza delle potenzialità dei materiali che maneggiava. I bambini, che soltanto in biblioteca trovavano stimoli per le loro potenzialità perché vivevano in case sopraffollate con adulti che pensavano più ad accudirli e non molto a parlare con loro o a permettere loro di esprimere le capacità, avevano difficoltà ad accettare di svolgere alcune attività che richiedevano attenzione e precisione, ma poi vedevano che alcuni ci riuscivano e questo stimolava l’emulazione. Penso che Regine non saprà mai quanto quel lavoro sui colori, sulle forme, sul senso, sulla bellezza degli insiemi possa avere parlato all’intimo dei bambini che si troveranno quei sassolini in tasca per tirarli fuori in occasioni favorevoli. I bambini, a volte, hanno restituito quasi subito quel desiderio di realizzare qualcosa con i materiali proposti da Regine, abbiamo scritto e disegnato libri su quella scia, insieme a Regine i bambini hanno organizzato allestimenti e scenografie per racconti, bellissima la scenografia di un racconto che riguardava il passaggio dal deserto di alcuni migranti.

Anche questa avventura si è chiusa, nell’ottobre del 2016, questa volta per volontà esterne al lavoro ed alle operatrici della biblioteca, allocata in una Chiesa sconsacrata. Il parroco e alcuni ragazzi frequentatori della parrocchia, ma non della biblioteca, hanno rivendicato l’utilizzazione degli spazi per altri scopi, con il consenso dell’Arcivescovo. Gli appelli per evitare la chiusura sono venuti da insegnanti e presidi delle scuole di Palermo, da professori universitari, da scrittori, poeti, bibliotecari, intellettuali di varie parti d’Italia e di Europa ma soprattutto dalle famiglie del quartiere. Non è risultato interessante per Arcivescovo, parroco e giovanotti che dovevano lanciarsi in politica, il lavoro culturale, capace di cambiare il progetto di vita per bambini e ragazzi in una terra di mafia, illegalità e povertà che il gruppo delle Balate, di cui Regine faceva parte, stava conducendo con risultati riconosciuti.

Ora Regine abita a Collesano da due anni. Regine e Rosario non hanno perso quella incredibile spinta all’analisi delle situazioni per inserirsi in una proposta di cambiamento per una qualità di vita migliore per loro e per chi li circonda. Per una vita che valga la pena di essere vissuta, come dice Regine. Oggi lavorano con attività produttive, che sono presenti nel paese, con una proposta sia artistica che commerciale, lavorano con i circoli culturali presenti,  soprattutto con i giovani, proponendo loro un nuovo sguardo sulle cose e sulla bellezza.